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Wall Street in calo, Fed sotto osservazione

Saverio Berlinzani
April 29, 2026

FED SOTTO LA LENTE

 

Nella seduta di ieri, martedì 28 aprile 2026, Wall Street ha chiuso in territorio negativo, penalizzata dai timori sul settore dell’intelligenza artificiale e dalle persistenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente.

 

Il Dow Jones ha limitato le perdite, chiudendo in lieve calo dello 0,05%, mentre il Nasdaq ha guidato i ribassi con una flessione dell’1,38%, appesantito dalle vendite sui titoli tecnologici. L’S&P 500 ha invece ceduto lo 0,77%.

 

La giornata odierna è particolarmente rilevante sul fronte macroeconomico, con le decisioni di politica monetaria della Bank of Canada e della Federal Reserve. Le attese sono per tassi invariati, ma l’attenzione dei mercati sarà rivolta soprattutto alla conferenza stampa, che potrebbe essere l’ultima di Jerome Powell alla guida della banca centrale statunitense.

 

Tornando a Wall Street, il comparto tecnologico ha pesato sugli indici azionari, poiché le forti perdite legate alle aziende dell’intelligenza artificiale hanno più che compensato la tenuta di altri settori, il tutto in attesa delle principali trimestrali.

 

Secondo alcune indiscrezioni, OpenAI non avrebbe raggiunto gli obiettivi prefissati in termini di acquisizione di nuovi utenti. Queste notizie hanno rafforzato il recente scetticismo sulla sostenibilità dell’impennata degli investimenti in AI, innescando pressioni di vendita sia sulle software house sia sui produttori di hardware.

 

Oracle e CoreWeave hanno perso entrambe circa il 5%, mentre Nvidia, Broadcom e Micron hanno ceduto quasi il 3%. Anche i colossi tecnologici Meta, Microsoft e Alphabet hanno chiuso in ribasso, in attesa dei risultati trimestrali previsti dopo la chiusura della seduta di domani.

 

Nel frattempo, in Asia l’indice Shanghai Composite è salito dello 0,2% a 4.084 punti, mentre lo Shenzhen Component ha guadagnato lo 0,3% a 14.880 punti, recuperando parte delle perdite della giornata precedente.

 

Il rimbalzo è avvenuto nonostante le rinnovate tensioni tra Stati Uniti e Cina, in vista del vertice previsto il mese prossimo tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping. Washington ha infatti intensificato il monitoraggio dei rapporti tra Cina e Iran, imponendo sanzioni a una delle principali raffinerie e avvertendo le banche cinesi del rischio di sanzioni secondarie qualora continuassero a facilitare attività legate a Teheran.

 

Le tensioni sono aumentate ulteriormente dopo che alle autorità è stato impedito a Meta Platforms Inc. di acquisire la startup di intelligenza artificiale Manus, a conferma della crescente attenzione di Pechino sul controllo delle tecnologie strategiche.

 

VALUTE

 

Sul mercato dei cambi si è assistito al consueto scenario di oscillazioni contenute, generalmente comprese tra i 30 e i 40 pips.

 

L’EUR/USD ha oscillato intorno a quota 1,1700, mentre il Cable (GBP/USD) si è mosso in area 1,3500. Il cambio USD/JPY continua a gravitare intorno alla soglia di 160,00, senza tuttavia riuscire a superarla, complice il timore di un possibile intervento della Bank of Japan oltre tale livello.

 

Il dollaro australiano, invece, si è rafforzato fino a 0,7215 dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione, salita a marzo al 4,6% su base annua, ben al di sopra dell’obiettivo del 2–3% fissato dalla RBA. Tuttavia, il dato è risultato inferiore alle attese, che indicavano un incremento al 4,8%.

 

L’aumento dell’inflazione è stato trainato da una forte crescita dei costi di trasporto, legata all’impennata dei prezzi dei carburanti, a loro volta influenzati dall’ascesa del petrolio connessa al conflitto in Medio Oriente.

 

L’indice dei prezzi al consumo medio, al netto delle componenti più volatili, è cresciuto del 3,3% su base annua, in linea con le previsioni. Su base mensile, il CPI è avanzato dell’1,1%, dopo la stabilità di febbraio, segnando il ritmo più rapido da luglio 2025, ma restando inferiore alle stime dell’1,3%.

 

Il cambio AUD/NZD ha superato quota 1,2200, toccando per la prima volta questo livello dal maggio 2013.

 

PETROLIO

 

Mercoledì i prezzi spot del petrolio WTI si sono mantenuti sopra i 97 dollari al barile, dopo il rialzo di oltre il 3% registrato nella sessione precedente.

 

Il sostegno alle quotazioni arriva dalla crescente incertezza sull’offerta globale, dovuta allo stallo dei colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran, che continua a impedire la riapertura dello Stretto di Hormuz.

 

Il presidente Donald Trump ha dichiarato che l’Iran avrebbe sollecitato Washington a revocare il blocco navale dello stretto, mentre proseguono i negoziati per la fine del conflitto, le cui interruzioni stanno già limitando i flussi energetici dal Medio Oriente.

 

La chiusura di questo corridoio strategico ha bloccato circa il 20% delle spedizioni globali di petrolio, innescando quello che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito il più grande shock dell’offerta mai registrato.

 

Parallelamente, gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione su Teheran con ulteriori misure, incluse potenziali sanzioni contro raffinerie cinesi legate all’Iran e contro i Paesi che versano pedaggi per garantire il transito attraverso Hormuz.

 

Nel frattempo, è emerso che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero annunciato l’uscita dall’OPEC a partire dal mese prossimo, con l’obiettivo di ottenere maggiore flessibilità nell’adattamento alle condizioni di mercato.

 

GOLD

 

Mercoledì l’oro si è mantenuto intorno ai 4.600 dollari l’oncia, dopo una flessione di quasi il 2% nella sessione precedente, che lo ha riportato sui minimi da un mese.

 

Le tensioni legate allo stallo dei colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran, insieme alla forza del dollaro — con cui il metallo prezioso presenta una correlazione inversa — hanno alimentato i timori di un ritorno delle pressioni inflazionistiche.

 

Gli investitori temono che le banche centrali possano mantenere i tassi di interesse elevati più a lungo del previsto o addirittura inasprirli ulteriormente, penalizzando l’oro, che non offre rendimenti.

 

A inizio settimana la Banca del Giappone ha lasciato invariato il tasso di riferimento, mentre le banche centrali di Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e Canada comunicheranno le loro decisioni entro la fine della settimana.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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